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Dracena: Il drago che sanguina sulle montagne di Socotra

Storia di un albero che sembra uscito da una leggenda, e che rischia di scomparire

C'è un'isola in mezzo al Mar Arabico dove gli alberi sembrano disegnati da qualcuno che non aveva mai visto un albero vero. Si chiama Socotra, appartiene allo Yemen ma sta più vicino al Corno d'Africa che alla terraferma yemenita, ed è rimasta isolata così a lungo dal resto del mondo che un terzo delle sue piante non si trova da nessun'altra parte sulla Terra. Il simbolo di questo posto fuori scala è un albero dalla forma impossibile: una chioma piatta e densa, rovesciata come un ombrello aperto al contrario, sorretta da rami che si biforcano in due, poi ancora in due, e ancora, in una geometria quasi matematica. 

Il Blood Tree o Albero del Sangue di Drago è noto scientificamente come Dracaena cinnabari Balf.f., specie descritta formalmente nel 1882 dal botanico scozzese Isaac Bayley Balfour, dopo un primo rilevamento condotto nel 1835 dal tenente Wellsted durante un'esplorazione dell'arcipelago di Socotra per conto della East India Company. Il nome della specie cinnabari deriva dal greco kinnabari, riferimento diretto al colore vermiglio della resina che la pianta produce.

Il sangue, in questo caso, è vero fino a un certo punto. Se si incide la corteccia, dalla ferita cola una resina densa che, a contatto con l'aria, diventa di un rosso talmente intenso da sembrare sangue coagulato. Gli antichi non avevano dubbi su cosa fosse: secondo una leggenda diffusa nel mondo mediterraneo e in Oriente, quel liquido scarlatto era il sangue di un drago morto in combattimento contro un elefante, versato sulla terra e assorbito dalle radici dell'albero. Una spiegazione poetica per un fenomeno che i mercanti dell'antichità sfruttavano da secoli senza sapere davvero da dove venisse: la resina, chiamata appunto sangue di drago, viaggiava lungo le rotte commerciali fino a Roma e oltre, usata come colorante, come pigmento per la pittura, come ingrediente in rimedi tradizionali contro emorragie e ulcere, e persino come rossetto naturale dalle donne dell'isola, che masticavano la resina fresca per ottenerne un colore da applicare sulle labbra.

La resina rossa non compare solo in risposta a ferite esterne, come si pensava finora, ma fa parte dello sviluppo normale e "indisturbato" della pianta. Si forma fisiologicamente alla base di ogni foglia, in coincidenza con la zona di abscissione (il punto dove la foglia poi si staccherà), quindi anche senza traumi o attacchi di funghi.

La pianta in sé, però, è ancora più sorprendente della sua resina. Appartiene al genere Dracaena un genere di 60-100 specie, la specie cinnabari è una delle sole 3 che produce la resina rossa (D. draco, D. tamaranae, D. cinnabari), e delle 6 che sviluppano con portamento arboreo, condividendo questa caratteristica con Dracaena draco delle Canarie, con cui viene spesso confusa nonostante si tratti di specie distinte. Questa è infatti una delle pochissime specie del genere capaci di diventare un vero albero, alto anche nove metri. E lo fa con una strategia di crescita più simile a quella di un cactus che a quella di un pino: il fusto è spesso, carnoso, capace di trattenere acqua, e la chioma a ombrello non è un vezzo estetico ma un adattamento di sopravvivenza. Su un altopiano roccioso e assolato, dove le piogge sono rare, quella forma compatta serve a fare ombra alle proprie radici e a convogliare ogni goccia di pioggia verso il tronco invece di disperderla nel terreno arido.

C'è poi un dettaglio che sorprende anche i botanici: a differenza della quasi totalità delle monocotiledoni, cui il genere Dracaena appartiene, questo albero riesce a produrre una forma di legno secondario, con zone di accrescimento che ricordano vagamente gli anelli che si osservano tagliando il tronco di una quercia o di un pino. È una delle tante stranezze evolutive che hanno reso Socotra un piccolo laboratorio a cielo aperto, spesso paragonata alle isole Galápagos per il grado di isolamento e di endemismo della sua biodiversità.

Gli esemplari più maestosi si trovano oggi sull'altopiano di Dixsam, dove crescono isolati su un terreno brullo quasi lunare, e nella foresta di Firmin, uno degli ultimi popolamenti fitti rimasti sull'isola. Sono alberi longevi, di crescita lentissima, e la loro iconica forma a ombrello non compare subito: le piante giovani restano per anni un semplice fusto verticale, e cominciano a ramificarsi solo dopo la prima fioritura o quando l'apice della pianta viene danneggiato, quasi come se l'albero avesse bisogno di una prima ferita, reale o simbolica, prima di assumere l'aspetto per cui è famoso in tutto il mondo.

Proprio la sua rarità, però, è oggi anche la sua fragilità. La Lista Rossa IUCN classifica la Dracaena cinnabari come specie vulnerabile: l'areale è ristretto a poche zone montuose dell'isola, e il pascolo incontrollato delle capre, diffusissime su Socotra, sta impedendo alle giovani piantine di affermarsi, perché vengono brucate prima ancora di avere una possibilità di crescere. A questo si aggiungono i cambiamenti climatici, che alterano il delicato equilibrio di nebbie e piogge monsoniche da cui l'albero dipende, e i segni lasciati da secoli di raccolta della resina sui tronchi degli esemplari più antichi. Oggi la difesa di questi giganti rossi è affidata soprattutto alle comunità locali, che gestiscono piccoli vivai a conduzione familiare, recintano le aree più sensibili per tenere lontane le capre e provano a far germogliare in condizioni controllate i semi di un albero che, letteralmente, sanguina per raccontare la propria storia da migliaia di anni.

Curiosità: La dracena é così importante a Socotra che é considerato l'albero nazionale ed é presente persino nelle banconote da 100 rials (circa 0,36 euro)

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Articoli | 06-10-26 12:54 | Visite: 51

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